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05.10.2026 · Formazione

Come si verifica un piano di monitoraggio che non avete scritto voi

Come si verifica un piano di monitoraggio che non avete scritto voi

Una teoria del cambiamento fatta bene richiede un lavoro lungo ed accurato: workshop con il direttivo, con i dipendenti, con gli esperti e soprattutto con i beneficiari. Poi qualcuno che raccolga tutto e lo rimetta in ordine. Poi giri di revisione. Mesi, nella migliore delle ipotesi. E’ un investimento fondamentale, intendiamoci, ma a volte capita che, concentrati sul produrre una buona teoria del cambiamento, ci si dimentichi poi di misurarla. Come si misura una Teoria del Cambiamento? Come deve essere fatto un buon piano di monitoraggio?

Abbiamo provato a fare un esperimento. Abbiamo inventato un'associazione che si occupa di inserimento lavorativo e sostegno psicologico per persone in situazione di fragilità, e le abbiamo scritto una mission:

Promuovere l'autonomia, la dignità e la piena inclusione sociale delle persone in situazione di fragilità, attraverso due pilastri: l'integrazione lavorativa e l'accompagnamento psicologico.

Questa frase, e nient'altro. L'abbiamo passata a un modello di linguaggio: “costruisci la teoria del cambiamento, e ricavane un piano di monitoraggio.”

Dieci minuti. Ed era un buon documento: struttura coerente, indicatori quantitativi e qualitativi, scale psicometriche già validate, follow-up a trentasei mesi.

Poi lo abbiamo dato a un secondo modello, chiedendogli di farlo a pezzi. E’ stato affascinante guardare un modello di linguaggio che ne valuta un altro. Dall’interazione tra i due modelli, sono emerse quattro domande che potremmo fare anche noi al nostro piano di monitoraggio per verificare se sia altrettanto buono quanto la Teoria del Cambiamento che abbiamo costruito faticosamente in mesi di lavoro. Sembrano domande banali, e forse lo sono. Ma a volte è dalle domande più semplici che emergono le verità più preziose. 

Le quattro domande

1. Copertura. Prendete la teoria del cambiamento e contate i risultati. Poi prendete il piano e contate quelli che vengono effettivamente misurati. I due numeri coincidono? È la verifica più banale e quasi nessuno la fa.

2. Baseline. C'è una rilevazione della situazione di partenza? Senza quella non potete dimostrare che il cambiamento osservato dipenda da voi e non dal fatto che nel frattempo è cambiato il mercato del lavoro.

3. Le assunzioni. Ogni teoria del cambiamento poggia su due o tre "se". Nel nostro caso: se le persone accettano di essere seguite, se le aziende del territorio assumono. Quei "se" vengono misurati da qualche parte? Se no, avete costruito una casa senza guardare il terreno.

4. Disaggregazione. I dati sono separati almeno per genere e per territorio? Il numero medio vi dice che è andata bene. Non vi dice che è andata bene per gli uomini di città e male per le donne di provincia.

E il limite di queste quattro domande

Che per porle bisogna sapere come si costruisce un piano. Quello che manca non è scritto da nessuna parte: manca, e basta. Lo strumento vi fa risparmiare il tempo, non la competenza — e confondere le due cose è il modo più rapido per ritrovarsi con un piano bellissimo che non misura metà di quello che fate.

🎧 L'episodio 3 del podcast racconta l'esperimento per intero — "Dieci minuti contro sei mesi", 10 minuti, gratuito: cosa ha trovato il secondo modello, perché chiedere a un sistema di correggere sé stesso spesso peggiora le cose, e il piano generato che chiedeva centoventimila euro di solo monitoraggio →